Lucky¹

(Lucky¹)

Regia di John Carroll Lynch

con Harry Dean Stanton (Lucky), Ron Livingston (Bobby Lawrence), Ed Begley Jr. (Dr. Christian Kneedler), David Lynch (Howard), Tom Skerritt (Fred), Beth Grant (Elaine), James Darren (Paulie), Barry Shabaka Henley (Joe), Yvonne Huff (Loretta).

PAESE: USA 2017
GENERE: Drammatico
DURATA: 88′

Ateo, solitario, metodico e cinico come ogni vecchio saggio, tabagista, amante dei cruciverba e dello yoga, il 90enne Lucky vive con tranquillità la propria vecchiaia in un sonnacchioso paesino di frontiera. La mattina fa colazione in un bar, il pomeriggio guarda Chi vuol essere milionario in TV, la sera va a bersi un cocktail in un pub frequentato sempre dalle stesse persone, tra le quali il suo amico Howard che ha per migliore amica una tartaruga che si chiama Roosevelt. Va in crisi quando, dopo un malore, si accorge che un giorno toccherà anche a lui morire.

Scritto da Logan Sparks e Drago Sumonja, è l’esordio registico dell’attore Lynch, faccia incontrata in molte serie TV e in una manciata di film che non si scordano (Fargo, Zodiac). È un film crepuscolare sulla vecchiaia basato su un paradosso: ha la struttura del romanzo di formazione ma ha come protagonista un 90enne che, proprio in virtù della sua età, dovrebbe essere abbastanza formato. È il ritratto autobiografico (e spesso meta-narrativo) di uno dei più grandi attori “non protagonisti” dell’immaginario western moderno, ma anche e soprattutto dell’uomo che ci stava dietro: come Lucky, anche Stanton (1926 – 2017) nacque nel Kentucky, combatté durante la seconda guerra mondiale, non si sposò e non ebbe figli, fu anche musicista e non smise mai di fumare un pacchetto al giorno. E fu l’attore feticcio dell’altro Lynch, quel David che qui appare come attore alle prese con un personaggio molto lynchiano e che girò nel 1999 un film molto simile a questo (e in cui, guarda caso, c’era proprio Harry Dean Stanton), lo straordinario Una storia vera. Memorabile l’incontro con il marine, in cui Stanton e Skerritt si ritrovano nella stessa inquadratura 39 anni dopo Alien e, con un fugace dialogo, riassumono forse il senso del film; memorabile la scena accompagnata da un significativo, struggente pezzo di Johnny Cash, I see a Darkness; memorabile la prova di HDS, che non teme di interpretare sé stesso ben sapendo di essere quasi al capolinea e di mostrare alla macchina da presa il proprio corpo raggrinzito e segnato. Film controcorrente perché lento, senza fretta, privo di eventi drammatici, di personaggi davvero negativi, di tensione, di scene madri, ma pieno di piccoli grandi momenti. Bellissimi dialoghi, bellissimi personaggi, bellissima l’inquadratura finale: il più bel saluto che Stanton, all’ultima prova prima della morte, potesse lasciarci. Tenero, divertente, persino commovente. Un gioiellino che, non a caso, ha emozionato la platea del Festival di Locarno.

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