L’uomo del labirinto

Regia di Donato Carrisi

con Toni Servillo (Bruno Genko), Dustin Hoffman (dottor Green), Valentina Bellè (Samantha), Vinicio Marchioni (Simon Berish), Luis Gnecco (Mordecai Lumann), Sergio Grossini (Peter Lai), Caterina Shulha (Linda), Riccardo Cicogna (Paul Macinsky), Orlando Cinque (Bauer), Filippo Dini (Delacrox), Carla Cassola (signora Wilson).

PAESE: Italia 2019
GENERE: Thriller
DURATA: 130′

Quindici anni dopo essere scomparsa senza lasciare traccia, una ragazza viene ritrovata, scioccata e senza memoria, in un bosco. Mentre in ospedale il dottor Green la aiuta a ricordare, il detective Bruno Genko, ai tempi della scomparsa ingaggiato dalla famiglia della ragazza, indaga personalmente sulla vicenda. Il colpevole sembra essere uno psicopatico che ama celarsi sotto una maschera da coniglio…

Secondo film di Carrisi, che adatta un suo romanzo omonimo (2017) come già aveva fatto con il precedente La ragazza nella nebbia. Il risultato è un giallo a enigma torbido, destabilizzante, con una suggestiva ambientazione sui generis molto diversa da quelle cui ci ha abituato il cinema horror/poliziesco made in Italy: la storia si svolge infatti in un luogo fosco e imprecisato, privo di punti di riferimento e proiettato in un’epoca (futura? passata?) allucinata e in via di disfacimento, d’ispirazione lovecraftiana (le paludi in cui si svolge parte della vicenda paiono quelle delle periferie della Louisiana viste in True detective) e prossima ad un imminente apocalisse (come sembrano sottolineare i cieli rosso sangue e i molti incendi che funestano la zona). Un luogo che ben racconta il disfacimento morale di un’umanità reietta che non merita (forse) di essere salvata. Colpi di scena ben orchestrati, personaggi memorabili (anche se alcuni sono fin troppo caricati) e un finale che, pur non riuscendo a diventare un apologo universale sul male come vorrebbe, spiazza e lascia il segno. Dura due ore e dieci, eppure la tensione non cala mai. Il merito non è soltanto del Carrisi scrittore/sceneggiatore ma anche del Carrisi regista, abile a dirigere gli attori (ottime prove del solito Servillo, alle prese con l’ennesimo loser sconfitto su tutta la linea, di Hoffman – ben doppiato da Giorgio Lopez – e soprattutto della giovane Bellè, con una performance che regala parecchi picchi inquietanti) e ad orchestrare in maniera ineccepibile e mai banale la suspense. Non si offendano i registi che nascono tali, ma lo stile visivo di Carrisi è quello di un cineasta di razza. Finale poco credibile? Può darsi, ma che legnata. Grande fotografia di Federico Masiero. Da vedere.

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Scary Stories to Tell in the Dark

(Scary Stories to Tell in the Dark)

Regia di André Øvredal

con Zoe Colletti (Stella Nicholls), Michael Garza (Ramón Morales), Austin Zajur (Chuck Steinberg), Gabriel Rush (Auggie Hildebrandt), Gil Bellows (agente Turner), Austin Abrams (Tommy Milner), Nathalie Ganzhorn (Ruth Steinberg), Dean Norris (Roy Nicholls), Lorraine Toussaint (Lou Lou), Kathleen Pollard (Sarah Bellows).

PAESE: USA, Canada 2019
GENERE: Horror
DURATA: 111′

Mill Valley (Pennsylvania), 1968. Durante la notte di Halloween, l’aspirante scrittrice Stella e i suoi amici entrano in una villa abbandonata e portano via un libro appartenuto alla giovane Sarah Bellows, morta suicida dopo anni di soprusi da parte dei familiari. Ben presto, Stella si accorge che sul libro appaiono delle storie di mostri che hanno lei e i suoi amici come involontari protagonisti…

Da una serie omonima di libri per ragazzi dello scrittore Alvin Schwartz (tre volumi tra il 1981 e il 1991), rielaborata da Guillermo Del Toro (anche produttore), Patrick Melton e Marcus Dunstan e sceneggiata da Dan e Kevin Hagerman, un horror per il pubblico più giovane in linea le atmosfere retrò (ri)lanciate dalla serie Netflix Stranger Things e già (ri)proposte al cinema da pellicole come It. I ragazzini non sono simpatici come quelli dei prodotti citati (ma la colpa non è tanto loro quanto di una sceneggiatura con poche battute divertenti) e la trama risulta in fondo abbastanza prevedibile, ma nonostante tutto il risultato appare fresco, godibile, e non è difficile accorgersi dello zampino di Del Toro: nella dimensione politica, con molti riferimenti all’orrore – vero – della guerra del Vietnam e della disastrosa presidenza Nixon, ma anche nell’inquietante, immaginifico design dei mostri evocati dal libro di Sarah. Più scontato, meno efficace, il discorso sul potere salvifico della scrittura. Dal cinema del regista messicano arriva anche il mimo Doug Jones, che qui presta le sue fattezze al terrificante Jungly Man (“lo svertebrato”, nella versione italiana). Il buon riscontro di pubblico ha subito spinto la produzione a mettere in cantiere un secondo capitolo.

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Mindhunter – Stagione 2

(Mindhunter)

Regia di registi vari

con Jonathan Groff (Holden Ford), Holt McCallany (Bill Tench), Anna Torv (Wendy Carr), Joe Tuttle (Gregg Smith), Stacey Roca (Nancy Tench), Albert Jones (Jim Barney), Michael Cerveris (Ted Gunn), Lauren Glazier (Kay Mason), Nate Corddry (detective Spencer), Damon Herriman (Charles Manson), Cotter Smith (Shepard), Christopher Livingston (Wayne Williams), Cameron Britton (Ed Kemper).

PAESE: USA 2019
GENERE: Giallo
DURATA: 9 episodi da 50′ – 75′

Mentre Holden si sta riprendendo dal crollo psicofisico avuto dopo l’ultimo incontro con Kemper, Bill fa la conoscenza del nuovo vice-direttore Ted Gunn, che a differenza del suo predecessore sembra credere fortemente nella divisione di scienze comportamentali. Tornato in servizio, Holden vorrebbe continuare i colloqui con gli assassini in carcere, ma l’unità viene mandata ad Atlanta per aiutare la polizia ad acciuffare un assassino seriale che sta uccidendo bambini di colore. I colloqui vengono quindi affrontati da Wendy con l’agente Smith, senza però ottenere gli stessi risultati di Holden e Bill…

Seconda stagione della serie Netflix ispirata al libro e agli studi di Mark Olshaker e John E. Douglas (quest’ultimo, al quale è ispirata la figura di Ford, è stato uno dei primi profiler dell’FBI), ancora una volta ideata da Joe Penhall e prodotta tra gli altri da Charlize Theron e David Fincher (che ha diretto anche gli episodi 1,2,3). Rispetto alla prima stagione, meno colloqui in carcere (anche se i pochi che si vedono sono decisamente significativi: l’unità conosce Manson e il figlio di Sam) e più interventi sul campo, scelta premiante perchè va a cancellare uno dei (pochi) difetti del primo capitolo, la staticità. Così come è azzeccata la scelta di sacrificare lo spazio dedicato a Ford per concentrarsi su Wendy (e sulla sua celata omosessualità) e sopratutto su Bill, il vero protagonista di questa seconda stagione: il fatto che il figlio (adottivo) Brian sia coinvolto in un fatto di sangue è sicuramente una forzatura (proprio il figlio di un profiler?), ma la trovata rende più complesso il suo personaggio e allo stesso tempo propone una serie di riflessioni non banali su dove alberghi il male, se è già dentro di noi o se sono interventi esterni (anche soltanto l’educazione ricevuta) a farlo proliferare. Ma i pregi sono moltissimi: tratta in maniera sobria e rigorosa una materia complessa riuscendo a non sbracare, come accade alla stragrande maggioranza dei prodotti coevi, nel facile sensazionalismo e nella retorica; opta per una costruzione narrativa lontana dagli stereotipi hollywoodiani eppure capace di coinvolgere ed emozionare (magistrale il lavoro sulle psicologie di TUTTI i personaggi); costruisce la suspense in maniera non canonica (si pensi alla scena del posizionamento della croce davanti alla chiesa) eppure efficacissima.

E che dire dell’amaro finale? L’assassino viene catturato, ma pare non esserci molto da festeggiare, soprattutto per quanto riguarda la sfera privata dei protagonisti: insomma, siamo lontanissimi dal lieto fine e dal senso di vittoria che spesso contraddistinguono il giallo televisivo. Nel ricostruire con fedeltà l’ennesimo caso di serial killer “realmente esistito” (stavolta si parla degli omicidi di Atlanta del biennio 1979 – 1981) sfiora temi “caldi” (e decisamente attuali) come le tensioni razziali, gli intrallazzi politici che piegano le indagini, la burocrazia elefantiaca e opprimente. La straordinaria (e spesso inquietante) atmosfera notturna e fumosa, da noir d’annata, poggia sulla memorabile fotografia di Erik Messerschmidt e su un disturbante sound design curato da Jason Hill. Il personaggio di Cerveris – che aveva già recitato con la Torv in Fringe – si rivela un’ottima new entry. Gli episodi non firmati da Fincher sono diretti da Andrew Dominik (4,5) e Carl Franklin (6,7,8,9). A sorpresa, la produzione di una terza stagione è stata per ora sospesa.  Imperdibile.

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La terra dell’abbastanza

Regia di Damiano e Fabio D’Innocenzo

con Matteo Olivetti (Mirko), Andrea Carpenzano (Manolo), Milena Mancini (Alessia), Max Tortora (Danilo), Giordano De Plano (Simone), Luca Zingaretti (Angelo), Michela De Rossi (Ambra), Walter Toschi (Carmine), Yan Lovga (il principe).

PAESE: Italia 2018
GENERE: Drammatico
DURATA: 95′

Periferia romana, giorni nostri. Gli amici Mirko e Manolo, studenti della scuola alberghiera, investono un uomo e fuggono. Quando scopre che il morto era un pentito appartenente una piccola cosca locale, il padre di Manolo convince il figlio ad assumersi la responsabilità del delitto per tentare la scalata nella banda. Mirko ci mette poco a farsi coinvolgere. Dopo aver preso parte ad azioni di bassa manovalanza sembra arrivare qualcosa di grosso che potrebbe davvero farli svoltare, ma le cose non vanno come previsto.

Fulminante esordio dei giovani fratelli (gemelli) D’Innocenzo, con una stori(acci)a di ordinaria periferia che ben riflette lo smarrimento – etico e morale – della società italiana odierna, coi suoi cattivi maestri e i suoi sogni di effimera fama destinati a scontrarsi (dolorosamente) con la cruda realtà del mondo. La macchina da presa si incolla ai volti dei protagonisti per indagare DA DENTRO psicologie e meccanismi della micro criminalità romana, salvo poi involarsi come sentisse la necessità di distanziarsi, talvolta, da cotanto dolore e squallore umano (memorabile l’inquadratura dall’alto sulla quale è costruito l’ultimo omicidio). Senza retorica – e soprattutto senza mai cedere al compiacimento di molti mafia movie coevi – i D’Innocenzo firmano un’agghiacciante (e realistica) relazione clinica sulla banalità del male che regola questi cupi tempi nostri, scegliendo onorevolmente di mostrare piuttosto che di dimostrare. Lo sguardo è sconsolato, certo, ma sempre lucido, e l’emblematico finale al bar è li a rivelarlo: lontano da qualsiasi catarsi, riesce in due inquadrature (e due battute) a sintetizzare il senso del film e a lasciar dentro un malessere difficile da mandare via. Memorabili prove dei due ragazzi, della Mancini e coraggiose quelle di Tortora e Zingaretti, presi in controparte. A riprova di un altro talento dei D’Innocenzo, raro nel cinema italiano di oggi: la direzione degli attori. Ottima fotografia dell’esperto Paolo Carnera e funzionali musiche di Toni Bruna. Nastro d’Argento per i migliori registi esordienti. Film terribile, ma necessario.

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Non odiare

Regia di Mauro Mancini

con Alessandro Gassman (Simone Segre), Sara Serraiocco (Marica Minervini), Luka Zunic (Marcello Minervini), Lorenzo Buonora (Paolo Minervini), Lorenzo Acquaviva (Rocco), Gabriele Sangrigoli (Dario), Cosimo Fusco (il padre di Simone), Gabriele Sangrigoli (Paolo), Antonio Scarpa (l’agente di polizia), Paolo Giovannucci (il collega di Simone).

PAESE: Italia, Polonia 2020
GENERE: Drammatico
DURATA: 96′

Stimato chirurgo di origine ebraica, figlio di un superstite dell’Olocausto, Simone è unico testimone di un incidente automobilistico su una strada di provincia. Quando scopre che il ferito ha una svastica tatuata sul petto, si rifiuta di soccorrerlo, condannandolo a morte. In preda al senso di colpa, avvicina i figli del defunto (27, 17 e 9 anni) e, senza raccontare l’accaduto, tenta di aiutarli a superare il momento difficile…

Esordio di Mancini, anche sceneggiatore insieme a Davide Lisino, con una storia ispirata ad un fatto vero, accaduto a Paderborn, Germania, dove un chirurgo ebreo si rifiutò di operare un uomo con un tatuaggio nazista. Il film si concentra su due figli feriti, ideologicamente contrapposti (uno ebreo, l’altro neonazista) e appartenenti a estrazioni sociali diversissime (Simone alto borghese, Marcello ai limiti della povertà) ma accomunati dall’aver avuto padri difficili, ingombranti, incattiviti dalla vita e da retroterra dolorosi. A mediare tra questi due mondi antitetici ma imbevuti dello stesso odio c’è Marika, primogenita del defunto, che arbitra il “duello” utilizzando l’arma del buonsenso. Nel scegliere di privilegiare i silenzi, gli sguardi, i gesti piuttosto che le parole, Mancini punta all’essenzialità per dipingere una parabola universale sul dolore e su quanto sia difficile scegliere di essere diversi dai propri padri, spesso cattivi maestri anche quando la Storia li riconosce come buoni (il padre di Simone). Il rifiuto del manicheismo tra buoni e cattivi gli fa onore, ma nel gioco delle similitudini tra Simone e Marcello rischia troppo spesso di mettere sullo stesso piano la rabbia del primo verso i nazisti (più che legittima) con l’odio del secondo verso gli ebrei (totalmente insensato).

Questi i limiti “ideologici”, cui si accostano quelli di scrittura: non ci è piaciuta la svolta “sentimentale” della storia (era davvero necessaria?), così come ci ha fatto storcere il naso il fatto che alla fine la catarsi di Simone arrivi in maniera un pò troppo meccanica, con tutte le tessere del puzzle che vanno magicamente al loro posto grazie ad un nuovo fatto di sangue. Rimane comunque un buon film, magari da mostrare nelle scuole, anche perchè il finale ci insegna che, proprio come il cane aggressivo del padre di Simone, anche l’odio è un qualcosa che si può addomesticare, curare, rendere inoffensivo. Ottima prova di Gassmann in un ruolo lontano dai suoi canoni, ma non gli sono da meno la Serraiocco e l’esordiente Zunic. Un altro merito di Mancini è quello di averli saputi dirigere in maniera ineccepibile, trasformando i loro corpi in simulacri dei loro stati d’animo. Girato a Trieste, in location inedite quanto suggestive, ben fotografate da Mike Stern Sterzynski. Presentato alla Settimana internazionale della critica a Venezia 2020, dove ha ottenuto parecchi apprezzamenti.

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Era d’estate

Regia di Fiorella Infascelli

con Massimo Popolizio (Giovanni Falcone), Giuseppe Fiorello (Paolo Borsellino), Valeria Solarino (Francesca Morvillo), Claudia Potenza (Agnese Borsellino), Elisabetta Piccolomini (Lina Morvillo), Elvira Cammarone (Lucia Borsellino), Giovanni D’Aleo (Manfredi Borsellino), Sofia Langlet (Fiammetta Borsellino), Lidia Vitale (Lilliana Ferraro), Francesco Acquaroli (Franco Massidda), Giovanni Anzaldo (Gian Maria).

PAESE: Italia 2016
GENERE: Drammatico
DURATA: 100′

Nell’estate del 1985, in seguito a nuove, concrete minacce da parte di Cosanostra, i giudici del pool antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vengono trasferiti con le loro famiglie in un appartamento sull’isola dell’Asinara, sede dell’omonimo carcere, in attesa che le acque a Palermo si calmino. Oltre a lavorare sulle carte che di lì a poco porteranno al maxi-processo (1986 – 1992), i due ridono, discutono, litigano, legano. Stessa cosa succede alle loro famiglie. Quando sono chiamati a tornare in Sicilia, sia gli adulti che i bambini sembrano rendersi conto che la serenità di quei giorni, nonostante la prigionia forzata, non tornerà mai più.

Scritto dalla regista con Antonio Leotti, è un piccolo, delicato film incentrato su un episodio poco conosciuto (o forse solo poco storicamente rilevante) della storia dei celebri giudici uccisi da Cosanostra nel 1992. La Infascelli opta per un racconto intimista e introspettivo, nel quale Falcone e Borsellino vengono colti nel loro quotidiano, nel loro rapporto con le loro donne, coi figli, sottolineandone la grandezza anche nella normalità e cercando di restituire la loro abnegazione verso un lavoro (una missione) che di lì a poco li avrebbe condannati a morte. Al film si può rimproverare una certa artificiosità di scrittura (spesso Falcone e Borsellino parlano per frasi fatte) e una rappresentazione discutibile di Francesca Morvillo (vista solo come la controparte femminile di Falcone piuttosto che come un grande magistrato, cosa che invece era), ma gli intenti sono onorevoli, e il risultato è sicuramente efficace e coinvolgente. Alla creazione di una riuscita atmosfera sospesa, distesa ma per forza di cose velata di morte (tutti sappiamo come finirà la storia), contribuiscono non poco l’assolata e quasi onirica fotografia di Fabio Cianchetti (che spesso frutta a fini poetici l’effetto notte) e le essenziali musiche di Pasquale Catalano. Funzionale la scelta di girare nei luoghi reali in cui si svolsero le vicende. Popolizio più bravo, Fiorello più in parte. Bene gli altri. Distribuito nelle sale due giorni, il 23 e il 24 maggio 2016, in occasione del 24esimo anniversario della strage di Capaci.

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High-Rise – La rivolta

(High Rise)

Regia di Ben Wheatley

con Tom Hiddleston (dottor Robert Laing), Jeremy Irons (Anthony Royal), Sienna Miller (Charlotte Melville), Luke Evans (Richard Wilder), Elisabeth Moss (Helen Wilder), James Purefoy (Pangbourne), Keeley Hawes (Ann Royal), Augustus Prew (Munrow), Peter Ferdinando (Cosgrove), Sienna Guillory (Jane Sheridan).

PAESE: Gran Bretagna 2015
GENERE: Grottesco
DURATA: 112’

In una Londra del 1975 alternativa, il dottor Robert Laing va a vivere in un lussuoso palazzo progettato come una comunità autonoma e indipendente dal resto della città. Il presentarsi di alcuni problemi tecnici fa venire a galla le diversità sociali tra abitanti dei piani bassi e abitanti dei piani alti. Sarà una carneficina.

Dal romanzo Il condominio (1976) di J.G. Ballard, i cui diritti vennero acquistati dal produttore Jeremy Thomas subito dopo la pubblicazione. Dopo una lunga (lunghissima) gestazione la trasposizione è stata affidata a Wheatley, che cura anche la sceneggiatura con la moglie Amy Jump. Nonostante un indubbio talento visivo e alcune scelte coraggiose (prima fra tutte, il mantenimento dell’ambientazione temporale originale – gli anni settanta) il film non riesce a elaborare in maniera davvero significativa la complessità del romanzo, finendo per essere un ennesima parabola sullo scontro tra poveri (quelli di sotto) e ricchi (quelli di sopra) come al cinema se ne sono viste tante, forse troppe (da Metropolis a Elysiumpassando per 2022: i sopravvissuti). Forse, se fosse uscito negli anni in cui venne scritto il romanzo sarebbe stato un film quantomeno anticipatore. Oggi, invece, sembra dire cose che già tutti conosciamo, peraltro già raccontate in tutte le salse. La prima ora è la migliore, poi si perde nella ridondanza e in un ermetismo fastidioso. Alcune scene, soprattutto quelle più oniriche, lasciano comunque il segno. Bella prova di Hiddleston, ma i comprimari non gli sono da meno.

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Cattive acque

(Dark Waters)

Regia di Todd Haynes

con Mark Ruffalo (Robert Bilott), Anne Hathaway (Sarah Bilott), Tim Robbins (Tom Terp), Bill Camp (Wilbur Tennant), Victor Garber (Phil Donnelly), Mare Winningham (Darlene Kiger), Bill Pullman (Harry Dietzler), William Jackson Harper (James Ross), Louisa Krause (Karla).

PAESE: USA 2019
GENERE: Drammatico
DURATA: 127′

Spronato da un allevatore, il giovane avvocato di Cincinnati Robert Bilott inizia ad indagare su alcune insolite morti di animali a Parkesburg, West Virginia. Scopre che i decessi sono dovuti a un massiccio sversamento di prodotti chimici nelle acque di Parkesburg ad opera della società chimica DuPont. Mettendo a repentaglio la sua stessa salute (e rinunciando di fatto ad una luminosa E avviata carriera) fa causa all’azienda.

Ottavo film di Haynes, sceneggiato da Mario Correa e Matthew Michael Carnahan prendendo spunto dall’articolo del New York Times The Lawyer Who Become DuPont’s Worst Nightmare (2016) di Nathaniel Rich, resoconto – reale – della battaglia del giornalista Bilott contro la DuPont colpevole di aver inquinato per anni fiumi e falde acquifere ben conoscendo la pericolosità dei prodotti chimici usati per la lavorazione del Teflon (usato anche per le padelle antiaderenti). Il risultato è un bell’esempio di cinema impegnato come non se ne fa più, lucido e onesto, senza fronzoli o grandi scene madri ma pieno di piccoli, grandi momenti: i particolari dell’amicizia tra Bilott e Tennant, lo stupore del primo nel vedere le persone disposte a farsi esaminare il sangue, il suo incontro con il vero Bucky Bailey, nato con delle malformazioni perché sua madre lavorava alla DuPont, il finale asciutto ma carico di pathos. Avvincente come un thriller, eppure sempre credibile e stilisticamente sobrio, è un elogio alla giustizia in una società corrotta e, più o meno velatamente, un attacco frontale al capitalismo, nel nome del quale la DuPont fa quello che fa (ovvero sacrificare i cittadini per preservare il profitto più alto). Il discorso sul protagonista che rischia salute e famiglia per perseguire il proprio scopo non è nuovo, così come non è nuovo quello su Davide che cerca di battere Golia in tribunale (vedi A civil action, The Rainmaker, il recente Il caso Spotlight che con Dark Waters ha in comune, oltre che gli intenti di denuncia, produttori e attore protagonista), ma il film evita qualsiasi sbavatura retorica o filo-patriottica (del tipo “le aziende sbagliano ma l’America resta grande”), riuscendo a diventare una parabola universale su un tema caldissimo (quello dell’ambiente). Memorabile prova di Ruffalo (non solo recitativa: è anche uno dei produttori) nei panni di un wasp che rinuncia a tutto (soldi, amicizia, carriera) per difendere gli ultimi, o comunque coloro che non difende mai nessuno. Funzionale fotografia di Edward Lachman, grigiastra come acqua inquinata. Sui titoli di coda Johnny Cash canta la mitica I won’t back down di Tom Petty: “no, non cederò, no, non mi tirerò indietro. Puoi anche aspettarmi alle porte dell’inferno, ma non mi tirerò indietro”.

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Tenet

(Tenet)

Regia di Christopher Nolan

con John David Washington (l’agente), Robert Pattinson (Neil), Elizabeth Debicki (Kat Sator), Kenneth Branagh (Andrei Sator), Dimple Kapadia (Priya Singh), Michael Caine (Sir Michael Crosby), Martin Donovan (Victor), Clémence Poésy (Laura), Aaron Taylor-Johnson (Ives), Fiona Dourif (Wheeler), Himesh Patel (Mahir).

PAESE: USA, Gran Bretagna 2020
GENERE: Fantascienza
DURATA: 150′

Unico sopravvissuto della sua squadra, caduta in missione durante un recupero all’opera di Kiev, un agente senza nome viene reclutato da Tenet, misteriosa organizzazione che ha scoperto l’esistenza di oggetti con entropia invertita, ovvero capaci di percorrere il tempo al rovescio. Le sue indagini lo portano al trafficante d’armi Sator, tra i primi ad aver compreso il potere dell’inversione e deciso a servirsene per i suoi loschi scopi…

Undicesimo film di Nolan, da sempre ossessionato dal concetto di tempo e dalla sua rappresentazione cinematografica. La struttura di Tenet è quella dei più classici film di spionaggio, alla quale il regista inglese sovrappone però la sua idea di cinema fatta di scarti, paradossi, balzi avanti e indietro nel tempo. All’uscita del film molti si sono lamentati sostenendo che, per comprenderlo, servirebbe una laurea in fisica teorica, ma in realtà una volta dato per buono il concetto di partenza (alcuni oggetti si muovono nella medesima realtà seguendo il tempo come lo conosciamo, altri al rovescio) la trama non è poi così complicata, anzi: se si escludono le (gustose) trovate legate all’inversione temporale (ma chi conosce a menadito Ritorno al futuro non ci metterà molto a capire cosa sta osservando), che rendono anche il film una sorta di palindromo (il secondo atto ripercorre il primo, spiegandolo), l’intreccio risulta infine abbastanza prevedibile, con un eroe abituato a sacrificare tutto in nome della missione che, per la prima volta, antepone i sentimenti all’amor di patria (riuscendo comunque a salvare entrambi) e un cattivo affascinante con gli scopi di un cattivo qualunque, il tutto raccontato in maniera tutto sommato molto hollywoodiana (con tanto di salvataggio all’ultimo minuto) e con una fascinazione per le scene di guerriglia che, pur realizzate benissimo, finiscono col diventare ridondanti (sarà che siamo ancora affezionati allo scontro “proletario”, a suon di pugni, tra Batman e Bane, poliziotti e terroristi, nel finale della trilogia sul cavaliere oscuro).

Rimane, comunque, uno riuscito mix di cinema d’autore e cinema d’intrattenimento popolare, un’esperienza sensoriale potente e coinvolgente ottenuta utilizzando il meno possibile il digitale per concentrarsi su effetti meccanici (ebbene sì: la scena del Boeing è stata realizzata davvero) e procedimenti vecchi come il cinema (come l’inversione della pellicola). Scelte onorevoli, che nel bene e nel male fanno di Nolan uno dei pochi autori di blockbuster che ancora rifiuta i compromessi di certe logiche di mercato (il 3D continua a non interessarlo minimamente) e crede fermamente nel potere emozionale dell’immagine filmica ottenuta “sul campo”. Film ambizioso, talvolta geniale, ma anche irrimediabilmente freddo (psicologie e motivazioni dei personaggi sono quasi sempre lasciate in disparte per concentrarsi sull’azione). Ottima fotografia del solito Hoyte van Hoytema (che gira su pellicola IMAX e 70mm) e funzionali ma non trascendentali musiche di Ludwig Goransson, che sostituisce il fidato Hans Zimmer impegnato alla lavorazione di Dune. Bella prova di Washington, ma Pattinson gli ruba spesso la scena, anche perché il bel personaggio è il suo. Girato in Danimarca (suggestive le sequenze riprese nel parco eolico offshore di Rodsand), Estonia, India, Italia, Norvegia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Budget: 205 milioni di dollari. Il titolo è un riferimento al cosiddetto Quadrato del Sator, enigmatica iscrizione palindroma presente su molte epigrafi e molti graffiti latine (SATOR, AREPO, TENET, OPERA, ROTAS). Nonostante la chiusura dei cinema causata dalla pandemia di Covid-19 Nolan tentò comunque di far uscire il film alla data prefissata, il 17 luglio, ma fu costretto a una serie di rinvii che portarono fino al 3 settembre (26 agosto in Italia).

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Bad Boys for Life

(Bad Boys for Life)

Regia di Adil El Arbi e Bilall Fallah

con Will Smith (Mike Lowrey), Martin Lawrence (Marcus Burnett), Kate del Castillo (Isabel Aretas), Joe Pantoliano (capitano Howard), Vanessa Hudgens (Kelly), Alexander Ludwig (Dorn), Charles Melton (Rafe), Paola Nunez (Nina Secada), Nicky Jam (Lorenzo Rodriguez), Jacob Scipio (Armando Aretas), Theresa Randle (Theresa Burnett).

PAESE: USA 2020
GENERE: Azione
DURATA: 123′

Poco dopo aver appreso che il suo partner/amico Marcus, diventato nonno, ha deciso di mollare la polizia, Mike viene ferito gravemente da un misterioso pistolero. Coadiuvati dai giovani poliziotti di una nuova (e ipertecnologica) divisione investigativa, i due bad boys torneranno in pista per cercare il colpevole. Sorpresa finale.

Terzo capitolo della saga con protagonisti i due poliziotti afroamericani, venticinque anni dopo il primo (1995) e diciassette dopo il secondo (2003). Michael Bay, regista dei primi due che qui si ritaglia un fugace cameo, lascia la saga in favore dei giovani registi belgi Adil & Bilall (nati rispettivamente nel 1988 e nel 1986), che però sotto la guida dei soliti produttori Don Simpson e Jerry Bruckheimer non osano cambiare la formula che aveva garantito un immenso successo di pubblico ai due film precedenti: azione forsennata, molta ironia nei dialoghi (soprattutto tra i due protagonisti) e una trama vagamente poliziesca a fare da collante al tutto. Come ci si aspettava le battute sono quasi tutte sulla “vecchiaia” dei due agenti, e nonostante la consueta alchimia tra Smith e Lawrence e qualche pretesa in più di analisi psicologica il film scivola presto nel già visto. Peccato, perché qua e là – soprattutto nel confronto tra i due agenti vecchi scuola e i giovani che dovrebbero sostituirli – qualche risata scappa. La scena durante i titoli di coda rivela l’intenzione di continuare la saga con un quarto capitolo. Nonostante la chiusura forzata dei cinema a causa della pandemia di Covid-19, tra gennaio e febbraio è riuscito a racimolare qualcosa come 420 milioni di dollari in tutto il mondo.

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