La terra dell’abbastanza

Regia di Damiano e Fabio D’Innocenzo

con Matteo Olivetti (Mirko), Andrea Carpenzano (Manolo), Milena Mancini (Alessia), Max Tortora (Danilo), Giordano De Plano (Simone), Luca Zingaretti (Angelo), Michela De Rossi (Ambra), Walter Toschi (Carmine), Yan Lovga (il principe).

PAESE: Italia 2018
GENERE: Drammatico
DURATA: 95′

Periferia romana, giorni nostri. Gli amici Mirko e Manolo, studenti della scuola alberghiera, investono un uomo e fuggono. Quando scopre che il morto era un pentito appartenente una piccola cosca locale, il padre di Manolo convince il figlio ad assumersi la responsabilità del delitto per tentare la scalata nella banda. Mirko ci mette poco a farsi coinvolgere. Dopo aver preso parte ad azioni di bassa manovalanza sembra arrivare qualcosa di grosso che potrebbe davvero farli svoltare, ma le cose non vanno come previsto.

Fulminante esordio dei giovani fratelli (gemelli) D’Innocenzo, con una stori(acci)a di ordinaria periferia che ben riflette lo smarrimento – etico e morale – della società italiana odierna, coi suoi cattivi maestri e i suoi sogni di effimera fama destinati a scontrarsi (dolorosamente) con la cruda realtà del mondo. La macchina da presa si incolla ai volti dei protagonisti per indagare DA DENTRO psicologie e meccanismi della micro criminalità romana, salvo poi involarsi come sentisse la necessità di distanziarsi, talvolta, da cotanto dolore e squallore umano (memorabile l’inquadratura dall’alto sulla quale è costruito l’ultimo omicidio). Senza retorica – e soprattutto senza mai cedere al compiacimento di molti mafia movie coevi – i D’Innocenzo firmano un’agghiacciante (e realistica) relazione clinica sulla banalità del male che regola questi cupi tempi nostri, scegliendo onorevolmente di mostrare piuttosto che di dimostrare. Lo sguardo è sconsolato, certo, ma sempre lucido, e l’emblematico finale al bar è li a rivelarlo: lontano da qualsiasi catarsi, riesce in due inquadrature (e due battute) a sintetizzare il senso del film e a lasciar dentro un malessere difficile da mandare via. Memorabili prove dei due ragazzi, della Mancini e coraggiose quelle di Tortora e Zingaretti, presi in controparte. A riprova di un altro talento dei D’Innocenzo, raro nel cinema italiano di oggi: la direzione degli attori. Ottima fotografia dell’esperto Paolo Carnera e funzionali musiche di Toni Bruna. Nastro d’Argento per i migliori registi esordienti. Film terribile, ma necessario.

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